Il maschile come differenza
Abstract
Perché parlare di maschile in una riflessione sulla diversità?
Il maschile è stato storicamente posto a norma rispetto alla quale si costruivano differenze e disparità ed è così diventato invisibile, a se stesso e all’analisi sociale. Eppure, ogni atto di inferiorizzazione implica una forma di disciplinamento per chi corrisponde, mai compiutamente alla norma. Il genere è una costruzione sempre complementare. I contriamo il maschile nel dibattito sulla violenza che gli uomini agiscono che possiamo liquidare come devianza o di cui riconoscere il riferimento alla norma. Ma la “crisi”, il rancore e la frustrazione maschile oggi sono anche al centro delle retoriche revansciste che alimentano le politiche regressive e scioviniste. Non ultimo il maschile è richiamato come riferimento in molte retoriche sulla “società senza padri” che propongono ambiguamente la nostalgia dell’ordine patriarcale. Il maschile è dunque una questione politica.
Abbiamo quindi bisogno di categorie e strumenti per pensare il maschile e abbiamo anche bisogno di rendere visibile socialmente una pratica di cambiamento nel/del maschile. Abbiamo bisogno di un limite inteso come norma che disciplina i comportamenti maschili o come esperienza di parzialità che scopre la radice relazionale dell’esperienza umana?
Ma è possibile, e come, pensare una pratica maschile di critica all’ordine patriarcale? Chi corrisponde alla norma e al privilegio può essere soggetto trasformatore?