

In una lettera a Mersenne del 1630, Descartes per la prima volta manifesta il suo interesse per la metafisica, attribuendole un ruolo fondazionale per la ‘fisica’, e al tempo stesso enuncia la tesi inedita e sconcertante che subordina le verità matematiche al libero atto creativo di Dio. Dieci anni dopo, nell’esposizione delle Meditazioni, il riferimento alla possibilità dell’inganno divino sarà usato per proiettare un dubbio estremo sulle evidenze dell’aritmetica e della geometria, mentre la veracità divina ne assicurerà il definitivo possesso. La visione della ‘scienza mirabile’, articolata nell’epistemologia delle Regole e nell’ideale del metodo, si rapporta così a un’istanza metafisica ulteriore, che aspira a fondarla ma non senza metterla radicalmente in questione. In questo spazio – attraversato da forti tensioni – tra instaurazione divina, dubbio e scienza basata sull’evidenza della mathesis, si gioca la controversa interpretazione del progetto complessivo di Descartes e del suo delicato equilibrio.